"ad ogni nuova soluzione corrispondono nuovi problemi"
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Mauro era di umore perfido quella mattina.
Era reduce da una notte di sonno profondo come solo pochi giorni all'anno gli capita e si sarebbe dovuto sentire una meraviglia, ed infatti era così se non fosse stato per qualcosa dentro di lui che rodeva.
Si sentiva defraudato di qualcosa, come se qualcuno gli avesse promesso le precipitose lune di Barsoom e poi al momento della consegna avesse riso beffardo di lui, per questo stava meditando di concedersi la lussuosa colazione che riservava alle giornate particolarmente faticose o a quando il ratto della vita gli mordeva l'anima da sotto.
Bombolone trasudante zucchero e crema con caffè macchiato freddo ed il giornale stropicciato del bar è un piacere che Mauro si concede raramente, un po' per il costo ed un po' per non perderne il sapore speciale.
La sua giornata già si prospettava pessima, da passare tra studio e lavoro con poco o punto tempo per mangiare, figurarsi da dedicare all'applicare il linimento degli svaghi ai morsi del ratto della vita.
“sono le sette e mezza, la città è completamente addormentata, passeggiata per trovare un posto che mi ispiri per colazione e poi il mio triste destino in biblioteca.”
E così fece, borsa buttata su una spalla, una maglia gialla e delle scarpe nere partono verso il centro della città, vecchio ma non troppo, un centro anziano, con i suoi ricordi e i suoi colori giallastri, le strade vuote con qualche sparuta macchina ed i negozi tutti chiusi.
Un silenzio da gustare e degli occhi da riempire con scorci nuovi di cose già conosciute, piazza Ferrari con i suoi piccioni, la gelateria e l'edicola dove una volta trovarono il pedofilo.
Dall'altro lato il caffè commercio con dietro lungo la via le insegne delle pizzerie e dei negozi, vicino alla bottega dove il caffè te lo polverizzano in diretta.
Qua dall'angolo di piazza Ferrari si può prendere a destra lungo il caffè commercio per la parallela alla via principale, oppure dritto per arrivare in piazza Cavour e vedere l'arco d'Augusto proprio là in fondo al corso.
Scarpe nere e maglietta gialla partono dritto per passare davanti alla biblioteca a controllare gli orari e per incontrare il Papa di piazza Cavour, uno sguardo intorno, il camion che pulisce le strade, i soliti gruppi di piccioni e tutte le porte e le finestre chiuse, troppo presto perchè aprano le mostre ed il comune, così presto che sembra quasi di riuscire a sentire l'odore del toscano di Fellini appena sfornato, ma il forno è troppo lontano, non di molto, ma verso casa
Un giro per la piazza, lento ad immaginare attorno i fantasmi di persone che passeranno di lì per svolgere le loro commissioni, l'impiegato del comune, il tizio in giacca e cravatta, due carabinieri si intrecciano nella sua mente insieme alle mamme che tengono sott'occhio bambini giocosi ed urlanti.
Attraversa tutta la piazza seguendo il filo che separa l'ombra dal sole pieno godendosi il calore sulla pelle, segue l'ombra fino a svoltare a sinistra dove c'è l'Iguana bay verso il cinema delle seconde visioni l'economico Sant'Agostino proprio di fronte al suo negozio preferito, libri usati.
Conta di guardare la locandina per scoprire cosa daranno domani sera, scivolare di nuovo verso il corso, sbavare passandoci davanti su qualco obiettivo di Soci, girare a sinistra prendersi un cappuccino all'angolo con piazza Tre Martiri e poi raggiungere la biblioteca ed i suoi tavoli.
Ma si sa che i migliori piani di uomini e topi troppo spesso finiscono male, raggiunge il Sant'Agostino, ma non vede nemmeno la locandina.
Il negozio di libri usati è scomparso.
Non c'è più il familiare “si riparano palloni di cuoio” appeso in vetrina, una vetrina molto sporca a dire il vero.
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Un nuovo racconto, ha già un continuo che attende altre due o tre pagine per essere poi presentato al mondo (e non ho scritto che mancano due o tre pagine per finirlo), insomma l'inizio di un racconta che continua tra poco. Ed il titolo me lo tengo per me fino alle prossime due o tre pagine
Vedere:
1 facoltà di vedere: Da quinci innanzi il mio veder fu maggio / che 'l parlar mostra (DANTE Par. XXXIII, 55-56)
2 aspetto, apparenza: fare un bel vedere, un brutto vedere, essere bello, brutto a vedersi
3 parere, opinione: a mio vedere.
Guardare:
1 volgere, fissare lo sguardo su qualcosa o su qualcuno (anche assol.): guardare il paesaggio; guardare dalla finestra i passanti; guardarsi intorno con circospezione | guardare con la coda dell'occhio, di lato, senza farsene accorgere | guardare dall'alto in basso, con disprezzo, con superbia | guardare di buon occhio, di mal occhio, con benevolenza, con malevolenza | guardare male, storto, di traverso, in cagnesco, con antipatia e ostilità | non guardare in faccia a nessuno, non farsi scrupoli nei riguardi di nessuno | stare a guardare, assistere passivamente a un'azione, limitarsi a fare da spettatore | guarda un po'!, guarda guarda!, esclamazioni di stupore e sorpresa
2 osservare con attenzione; (fig.) considerare: hai guardato se non ho dimenticato niente?; guarda un po' tu se ho torto ' guardare troppo per il sottile, essere eccessivamente scrupoloso o riguardoso
Si vede e si guarda.
Ci sono persone che vedono ed altre che vanno sempre in giro guardando.
Poi alcuni portano al collo la magia che cambia un tipo di persona in un'altro.
La differenza che ci passa è tanta, il mondo di chi vede è triste, una patina appoggiata, un contorno alle frasi e alle parole, lo sfondo frettoloso ai propri impegni.
Il mondo di chi guarda è un mondo denso, camminare in quel mondo è come nuotare nella nutella, non ci sono solo frasi e parole, non ci sono solo i propri impegni, ci sono accostamenti di colore e prospettive, c'è l'edonistico piacere di spostarsi di qualche metro solo perchè l'angolo di un raggio di sole cambi di quel tanto che è necessario per rendere perfetto il quadro d'insieme, e solo allora la scena diventa sfondo e i presenti diventano i protagonisti.
Il mondo di chi guarda è un mondo di luce, luce diretta, luce radente, controluce, luce soffusa, luce insufficiente e maledizione troppa luce.
Il mondo di chi guarda è un mondo di frustrazioni e rimpianti, chi guarda nella mente ha il rimpianto di non poter essere dov'è tra un'ora per vedere come si mescolano i colori, o davanti ad una vetrina in un giorno di pioggia anzichè in questo giorno di sole, ha il rimorso di non essere arrivato cinque minuti prima che il momento è ormai perso e sa che dovrà perdersi attimi in ogni momento.
Il mondo di chi guarda è un mondo di attimi e momenti, cercati e provocati, colti in un lampo di tecnica e attenzione.
Attimi e momenti persi in un secondo di distrazione e di scelte sbagliate, ma a chi guarda non dispiace, perchè il suo mondo è opulento e chi guarda sta imparando, è ricettivo, avrà un'altro momento e quello perdio lo coglierà.
Vedere è un piatto precotto riscaldato in padella, guardare è quel pasto che ti lascia sazio e soddisfatto.
Elemental dance ha cambiato nome ed è finito.
Lo pubblico qui in un solo post per non constringervi a rileggerlo a pezzi.
L'ultima parte, quella nuova è da rileggere e sistemare, ma intanto rimane qua.
Lei era sola nel posto più solitario del mondo: uno stadio del ghiaccio dopo la chiusura.
Uno di quei luoghi che una volta sparita la gente perde l'anima e diventa un intrico di tubi ed ombre.
Un intrico freddo per di più.
Freddo come un cuore che non abbia più voglia di battere.
E lei è sola lì dentro.
Ferma al centro della pista, con indosso i suoi pattini bianchi, un paio di jeans e il maglione marrone di lana sformato, ma tanto tanto accogliente.
Una lacrima scivola, inumidisce il ciglio, attende un secondo, percorre tutta la curvatura della guancia, si ferma per allungarsi sullo spigolo della mascella ed infine cade.
Bene, fermiamo il tempo qui un momento e rifacciamo il punto della situazione.
C'è una ragazza ferma al centro di uno stadio del ghiaccio molto vuoto e abbastanza buio, solo una plafoniera è accesa, sta piangendo e ce ne possiamo accorgere perchè tra il suo volto e il ghiaccio una fila di piccole stelline sta luccicando in questa luce bassa.
Ora il tempo riprende a scorrere, lei è sempre sola al centro della pista illuminata dalla plafoniere, ma se volgessimo lo sguardo alle gradinate, là in ombra vedremmo un sedile pieno di un buio un po' più buio, un buio con una ben precisa forma.
C'è un uomo seduto su una delle poltrone del pubblico, un uomo nero nel nero del buio, ha i capelli neri e gli occhi color gaietto, un pizzetto corto ed appuntito, veste con un gessato vagamente demodè.
La sua mano sinistra, lunga ed affusolata scivola in una tasca e ne estrae un accendino che luccica d'oro per un istante ed un portasigarette.
Dopo un breve lampo rimane una luce in più ad illuminare lo stadio del ghiaccio, la rossa brace della sigaretta che ritmicamente si rinvigorisce ed affievolisce.
Il fumo sale pigro verso l'alto soffitto creando giochi con i raggi di luna ed il puntino rosso brucia e si cheta, brucia di nuovo e si cheta di nuovo al ritmo dei singhiozzi di lei.
Lei non si accorge di non essere sola, non può accorgersene, sta piangendo, gli occhi fissi al ghiaccio colorato dalle linee dell'hockey, ed anche se alzasse lo sguardo non se ne accorgerebbe, lei è sola dove conta di più: dentro.
E da sola piange, piange ed inizia a pattinare, si lascia dietro la luce della plafoniera e l'immobilità, si muove verso la penombra e l'ombra per lasciare indietro anche le lacrime ed il doloro.
Ed inizia, un piede avanti, una piccola scivolata laterale e poi l'altro piede ed un'altra scivolata laterale.
Lei comincia a lasciare i suoi segni nel cuore di ghiaccio del posto più solitario del mondo, un segno dritto, veloce per scappare per fuggire, ma poi c'è la barriera e deve curvare, tracciare un quarto di cerchio ed andarsene via di lato, cercando di non farsi inseguire dalle lacrime.
Ma le lacrime sono astute si sono attaccate ai suoi occhi, lei puoi lasciare indietro le lacrime passate, ma le lacrime presenti sono lì sul suo viso.
Aumenta la velocità ed il respiro, se non può lasciare indietro le lacrime lascerà indietro i pensieri.
Un giro, un altro e l'uomo nell'ombra si accarezza il pizzetto con le sue lunghe dita, nella mano sinistra ha la sigaretta ancora accesa, riprende a fumare, sempre a ritmo con il respiro di lei, molto più veloce quindi, e il piccolo disco rosso sembra più luminoso adesso
Mentre la brace della sigaretta illumina il viso dell'uomo dandogli tratti luciferini giù sotto dove è lei sembra fare più freddo, le sue lacrime non cadono più lievi lasciando una piccola macchia bagnata per non più di un attimo, ma cadono piene, pesanti anche con un piccolo suono quasi che fossero piccoli campanellini.
Le sue lacrime appena si staccano dal suo viso ghiacciano, si cristallizzano in piccole stelle che vanno a riposare a terra ed il suono che fanno è quello che lei ha sempre legato al natale, tante piccole campanelle con un fiocchetto legate ai rami di un albero, un periodo felice.
"tutte le volte che suona una campana una fata mette le ali" sta pensando lei "me lo dicevano sempre quando ero bambina", il pensiero delle ali e delle fate si fa spazio nel suo cuore, cancella una piccola zona nera e la scalda un po', appena appena.
Senza pensarci e soprattutto senza rallentare interrompe l'alternaza, fa scivolare il pattino destro di quel che basta, si appoggia sulla lama sinistra e salta.
Un mezzo giro per riatterrare sul pattino destro, mezzo secondo e riprende a scivolare andando all'indietro, e poi di nuovo, ancora in appoggio sulla lama sinistra, un altro salto e sta correndo di nuovo in avanti per lasciare indietro i pensieri.
Fuori, all'esterno nella notte buia dove nessuno è in giro piano piano senza farsene accorgere dai discorsi di chi è sveglio e dai sogni di chi dorme svanisce tutto lo stress che viene dal lavoro e rimane solo il pensiero di lunghe giornate a fare con competenza quello che ci piace.
Chi è sveglio e chi dorme sorride appena alleggerito da un fardello.
Lei è rossa in volto, fa freddo lì dentro, se non fosse impossibile direbbe più freddo di prima.
Il seno le alza e le abbassa il maglione bianco con un respiro affaticato, la sigaretta è ancora accesa ed una mano getta la cenere a terra.
Continua a scivolare, destro, sinistro, destro, destro, destro, ha fatto ungiro su se stessa, le sue lacrime ghiacciate la seguono in una spirale ed evidentemente un raggio di luna le colpisce perchè brillano di nuovo come piccole stelline.
Di nuovo la barriera la costringe a curvare, lei senza rallentare la asseconda e poi di nuovo destro, sinistro, destro, sinistro, slancia la gamba destra in avanti, si da lo slancio e salta per un giro completo su se stessa più un altro pezzo per voltare le spalle al vento che lei si porta dietro.
Riatterra sul filo esterno destro.
Il pensiero del pane caldo appena sfornato le torna alla mente ed anche in bocca, si unisce al pensiero delle fate e caccia indietro un po' del freddo che ha dentro ed altrettanta solitudine.
Fuori, all'esterno nella notte buia, dove nessuno è in giro, piano piano senza farsene accorgere, dalle ossa di chi è sveglio e dalla pelle di chi dorme sparisce la paura del domani, di non sapere cosa ci aspetta e cosa fare.
Ha le spalle al vento guarda le sue lacrime ghiacciate allontanarsi da lei, corrono lontane prima di rimbalzare una volta sul ghiaccio e là fermarsi per essere distrutte quando lei ci ripassa sopra, fa una mezza rotazione ed in un unico fluido movimento slancia di nuovo la gamba in alto appoggiandosi sulla parte posteriore del filo sinistro interno, un giro e riatterra sul filo esterno destro indietro, punta subito la gamba sinistra e salta per riatterrare com'era partita sul filo esterno destro indietro.
Le è salito nel cuore il ricordo di una notte magica, una vacanza con gli amici, un momento di felicità perfetto limpido e cristallino, aveva giurato di non dimenticarsene mai, ora lo ricorda.
Fuori, all'esterno nella notte buia, dove nessuno è in giro piano piano senza farsene accorgere dallo sguardo di chi è sveglio e dalle labbra semiaperte di chi dorme sparisce il timore del diverso.
Il ricordo di quella notte si lega subito alla sua prima notte quando è andata ad abitare da sola, il senso di avere un focolare, il calore di guardarsi intorno e sapere che tutto quello che vedeva se lo era guadagnato lei scaccia tanta parte del freddo che aveva nel cuore.
Fuori, all'esterno nella notte buia, dove nessuno è in giro, piano piano senza farsene accorgere dalle mani di chi è sveglio e dalle mani di chi dorme fugge via l'ira, in un attimo, senza opporre resistenza.
Lei continua a pattinare ed a saltare, non si accorge che le lacrime sono sparite, la forma nell'ombra continua a fumare la sua sigaretta, un respiro dietro l'altro, una nuvola di fumo dietro l'altra, sempre al ritmo del respiro di lei.
La fissa con i suoi occhi segue ogni suo movimento, ogni tanto sogghigna sempre tenendo stretta la sigaretta tra le labbra, un raggio di luna filtrato dal fumo strappa un riflesso dorato dall'accendino con cui la sua mano affusolata sta oziosamente giocando.
Lui vede.
Lui vede fisicamente i pensieri tristi di lei rimanere intrappolati nelle lacrime e cadere a terra, vede benissimo cosa la sua danza muta sta facendo alla città intorno ed al mondo intero, per questo sogghigna, gli piace, si nutre dello scompiglio che lei sta combinando con solo un piccolo aiuto.
Lei intanto non si accorge di non essere sola, sta danzando con il ghiaccio e con i suoi ricordi, danza con il ghiaccio e i sogni della gente, e la danza ingloba tutto.
Sta pattinando da quelle che ormai sembrano ore, ma la sigaretta di lui non è nemmeno a metà, ha il fiato grosso e le guance arrossate, non vuole smettere, sta bene, ogni volta che salta, ogni volta che gira, ogni volta che si china a sfiorare il ghiaccio con le palme le torna in mente qualcosa di buono.
Lui la guarda, vede sparire i brutti pensieri dentro di lei e fuori dal pallazzo del ghiaccio.
Lei non accenna a smettere, ormai il suo petto si alza ed abbassa decine di volte al minuto ed esce sibilando dalle sue labbra, è stanca ma non riesce a smettere, non vuole smettere.
Lui sogghigna, la sua sigaretta è quasi finita così come sono quasi finiti i cattivi pensieri che ci sono fuori, all'esterno, nella notte buia dove nessuno è in giro.
Fuori, all'esterno, nella notte buia dove nessuno è in giro si sono addormentati tutti, qualcuno sui tavoli del bar, qualcuno si è seduto a terra sul marciapiede, i più fortunati stavano già dormendo, tutti indistintamente sorridono e si sentono più leggeri.
Il cielo stellato si annuvola, sono nuvole gonfie di una neve che inizia a cadere.
Lui si alza, sta ancora tirando alla sigaretta al ritmo del suo respiro, poi d'un tratto smette.
Lei in quel preciso istante si accascia al suolo esausta, sente i suoi pensieri raggiungerla entrarle dentro, riportarle il freddo.
Lui schiaccia la sigaretta sotto al tacco e mormora con una voce graffiante che non sente nessuno “e domani è un altro giorno”, si gira e s'incammina tra le poltrone buie.
Se qualcuno lo guardasse allontanarsi forse si stropiccerebbe gli occhi perchè dopo un sedile di lui non si vedono più le gambe fuse in un buio intenso, dopo due sedili anche la testa sembra scomparsa, al terzo sedile fuori dal buio sono rimaste solo due spalle che sembrano scosse da una risata segreta.
Fuori il primo fiocco di neve non ha fatto in tempo a posarsi a terra che è scomparso insieme a tutte le nuvole alla leggerezza nei cuori delle persone e al sorriso sulle labbra di tutti.
oggi
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